PROBLEMI A VISUALIZZARE QUESTA EMAIL? FAI CLICK QUI
Fin da piccoli: aggiornamenti sulla letteratura in tema di interventi nei primi anni di vita
Fin da Piccoli anno 7 n. 2
Centro per la Salute del Bambino ONLUS

SOMMARIO

read morePRESENTAZIONE

read moreEDITORIALE - Le paure dei genitori

read moreGLI EFFETTI DEL COMPORTAMENTO DEI GENITORI SULLE ESPRESSIONI EMOTIVE DEI NEONATI

read morePRATICA DELLA LETTURA IN FAMIGLIA E ATTIVAZIONE FUNZIONALE DEL CERVELLO NEI BAMBINI

read moreNIDI, DISEGUAGLIANZE SOCIOECONOMICHE E PERFORMANCE SCOLASTICA

read moreSISTEMI INTEGRATI: NUOVE FRONTIERE PER L'INFANZIA E LA FAMIGLIA

read moreSegnalazioni e notizie

PRESENTAZIONE

FIN DA PICCOLI si propone di diffondere conoscenze sull'importanza e l'efficacia di interventi effettuati nei primi anni di vita e finalizzati alla salute e dallo sviluppo dei bambini.

Poiché quanto accade all'inizio della vita ha influenze molto significative sulla qualità della vita dell'adulto, tutto questo ha rilevanza anche per il futuro delle nuove generazioni.

FIN DA PICCOLI si propone di contribuire a questo fine attraverso la diffusione di studi e ricerche riportati dalla letteratura internazionale. FIN DA PICCOLI è diretto primariamente a operatori che a vario titolo si occupano di infanzia, ma anche a genitori e ad amministratori.

A questo numero hanno collaborato: Anduena Alushaj, Monica Castagnetti, Giorgio Tamburlini

VUOI STAMPARE IL PDF? CLICCA CON tasto destro del mouse sul testo –> seleziona stampa –> stampa pdf > salva sul desktop

EDITORIALE - Le paure dei genitori

Accade sempre più spesso - non solo a pediatri e altri operatori sanitari, ma anche a bibliotecari, educatori, a volontari impegnati nella promozione della lettura in famiglia – di constatare quanto i genitori oggi siano preoccupati. Preoccupati di cosa potrebbe succedere se fanno una cosa (vaccinare, ad esempio) o un’altra (non vaccinare), se dire (che il nonno sta per andarsene, ad esempio) o non dire. Se sgridare o non sgridare, se leggere una favola dove c’è l’orco o meno. Domina l’incertezza, e la paura di sbagliare, di fare male.  Anche a prescindere dagli ultimi, tragici avvenimenti di Parigi (anche qui, spiegare o non spiegare, che dire?) sembra che la paura cresca, si estenda a quasi ogni attività. E la paura non fa bene, né ai genitori, né agli educatori che si sentono caricati di responsabilità, osservati, controllati, né, tanto meno ai bambini, che, come sappiamo, osservano, sentono, introiettano.Abbiamo trovato nel vasto mare dei social una corrispondenza tra una madre che si chiedeva come mai una filastrocca di Bruno Tognolini contenete parole indecenti come “moccio” e frasi sconvenienti come “a scuola mi scoccio” avesse sollevato tanto clamore e proteste tra i genitori di una scuola elementare. La riposta di Bruno Tognolini ci è sembrata meritevole di citazione e così, con il suo premesso, ve la riportiamo quasi integralmente.      

Che cosa sta accadendo ai genitori italiani?

Pur tenendosi sommessamente alla larga dal fiammeggiante argomento "gender", ma... il moccio? Neanche più il moccio, ora?

Bene, la cosa richiederebbe pagine di sociologia e fantascienza che non so e non ho voglia di scrivere. Allora, tagliando corto, e magari facendo mezzo giro intorno al problema e guardandolo da un'altra prospettiva, viene da dire: questi genitori, queste persone adulte, devono essere davvero spaventate.
Ma cos'è che gli ha messo tanta paura?

Onestamente, non è difficile capirlo: i motivi non mancano, si sentono annunciare ogni giorno da studi e statistiche. Quindi qualche ragione ce l'hanno questi genitori, d'essere spaventati.
Ma quando siamo spaventati non ragioniamo più tanto bene. Se di notte sentiamo uno strano rumore e pensiamo sia un ladro, e siamo lì svegli e tesi in attesa, un tocco della moglie o del marito ci fa fare un salto nel letto.
Che cosa bisogna fare, in questi casi?
Non biasimare e deridere chi è spaventato: il contrario.
Bisognerebbe, idealmente, prendere in braccio quei genitori e accarezzarli.
E come si fa con le persone che vogliamo confortare, bambini o adulti che siano, bisognerebbe dir loro:

"Su, su, non è niente, vedrai che passa.
Vedrai che anche i tuoi bambini cresceranno belli e sani, se belle e sane saranno le cose che gli dici e gli dài.
Vedrai che le filastrocche di Tognolini non gli faranno alcun male.
Se non cerchi di fare qualcosa per tutte le volte che in TV senti dire "c…o!" davanti ai tuoi figli, non ti devi preoccupare se per una volta Tognolini scrive "moccio".
Su, calmati. Vedrai che quel moccio non farà male.
Rasserenati, prendi coraggio, perché la paura appanna lo sguardo, mostra minacce dove non ci sono, e magari nasconde alla vista i pericoli veri.
Calmati e pensaci. Ridici sopra. Ragiona e discerni.
Devi calmarti, perché tuo figlio ne ha bisogno. Ha bisogno di un genitore lucido e sereno, per quanto si possa in questo presente, caotico come forse ogni presente. Ha bisogno di un adulto che lo difenda, e che quindi veda e discerna i pericoli veri. Se le stesse sentinelle son spaventate e vedono moccio per micce, allora è un guaio".

Come diceva il lupo anziano Akela alla Rupe del Consiglio:
"Guardate bene, lupi! Guardate bene!"

Via la paura dagli occhi!

Bruno Tognolini

GLI EFFETTI DEL COMPORTAMENTO DEI GENITORI SULLE ESPRESSIONI EMOTIVE DEI NEONATI

Gli effetti del comportamento dei genitori sulla processazione neurale delle espressioni emotive dei neonati

The Effects of Parental Behavior on Infants’Neural Processing of Emotion Expression.

S. Taylor-Colls, R.M. Pasco Fearon, Child Development, May/June 2015, 86, 3: 877-888

Commento

A partire dal dibattito e dalla nutrita messe di ricerche circa l’impatto delle esperienze precoci sullo sviluppo del cervello, questo studio intende approfondire in quale misura le variazioni del comportamento parentale determinino la capacità di risposta neuronale dei neonati allo stimolo emotivo.

Alcuni studi sulle deprivazioni estreme (quali maltrattamenti o istituzionalizzazioni) hanno reso evidente da tempo l’ampio spettro di ricadute che esse hanno su numerosi parametri e strutture cerebrali, dando in tal modo una rappresentazione piuttosto chiara di come i contesti di crescita influenzino lo sviluppo del bambino.  Ciò, però, non ha gettato una chiara luce sul se e come la differenziazione dei comportamenti di cura dei genitori influenzi lo sviluppo cerebrale. Questo elemento risulta di vitale importanza poiché la qualità delle cure parentali precoci, ed in particolar modo l’intensità con cui essa risulta essere rispondente agli stimoli offerti dal bambino, è nota come fattore cruciale per lo sviluppo sociale ed emotivo.

Diversi studi hanno indagato l’ipotesi che l’attivazione di determinate aree cerebrali a fronte di stimoli emotivi e le relative risposte neurali del neonato possano essere influenzate dal comportamento dei genitori.  I figli di madri che presentano sintomi depressivi, ad esempio, manifestano una maggiore attivazione di determinate aree del cervello alla percezione di stimoli negativi. Ciò si accompagna alla sensibilizzazione del sistema neuronale ed orienta la capacità dei neonati di attivarsi verso le espressioni emotive negative, diminuendo di fatto la finestra d’attenzione nei loro confronti. L’esposizione frequente ad espressioni di rabbia, paura, tristezza, genera abitudine e la conseguente diminuzione dell’interazione. Ma cosa accade in condizioni non alterate?

Le espressioni del volto costituiscono un elemento importante che permette al bambino durante il suo primo anno di vita di cominciare a distinguere ed imparare i rudimenti sociali. Diversi studi nel passato hanno rilevato che i neonati possiedono o sviluppano rapidamente le abilità necessarie a poter costruire questi apprendimenti: alla nascita si orientano di preferenza verso stimoli somiglianti a visi, sono in grado di riconoscere il volto materno nell’arco dei primi giorni di vita e diventano capaci di distinguere le espressioni emotive facciali già tra i 5 ed i 7 mesi.  I ricercatori, utilizzando l’elettroencefalogramma (EEG), hanno voluto indagare la relazione genitore-bambino in condizione di normalità, associando l’interazione con le risposte neurali dei neonati agli stimoli ed alle espressioni facciali.

Scegliendo un campione di madri, con comportamenti connotati da sensibilità e responsività, ed i loro piccoli di 7 mesi in salute, i ricercatori hanno valutato l’andamento del tracciato Nc (Negative central) dell’EEG dei neonati, che risulta indice dei processi attentivi legati all’intensità, al valore motivazionale ed alla familiarità di esposizione agli stimoli. Lo studio giunge ad indicare che, se il genitore risponde con sensibilità agli stimoli del neonato durante le interazioni, il cervello sviluppa la capacità di codificare o valutare differentemente le espressioni emotive, collegando un intenso valore motivazionale ad esse.  Ciò suggerisce il ruolo centrale delle espressioni positive nel suscitare e rinforzare i comportamenti relazionali, l’impegno e la ricompensa sociale. Durante un’interazione calda, responsiva e attiva il neonato riconosce le espressioni positive come un rinforzo relazionale, segnalato altresì dalla consistente sensibilizzazione del cervello e dall’aumento della capacità di attivazione e di attenzione.  L’esposizione del neonato ad espressioni del volto incoraggianti, motivanti, serene più che generare abitudine e far sì che la mente si attivi progressivamente meno di fronte ad esse, innesca un processo di polarizzazione dell’attenzione verso segnali sociali positivi. Il neonato in questo caso sarà portato ad attivare tutti quegli schemi comportamentali che gli consentiranno di rivivere lo stimolo positivo, modulando le funzioni del sistema neuronale coinvolte nell’approccio, nell’impegno e nel riconoscimento sociale.

Per chi è il messaggio

Lo studio fornisce un’evidenza a supporto dell’idea che la qualità dell’interazione tra genitore e neonato nei primi mesi di vita non influenza in modo generico il piccolo, ma coinvolge le risposte del cervello e la sua capacità di codificare le espressioni positive.  Emerge inoltre l’immagine di un bambino competente sin dalla nascita, che non è spettatore passivo delle emozioni del genitore, ma ha un ruolo attivo nella ricerca di una risposta sociale da parte della figura di cura ed è partecipe all’interazione.  In tale prospettiva il messaggio coinvolge tutti coloro che si occupano di bambini, ricordando che i comportamenti rinforzanti, incoraggianti e motivanti innescano nei piccoli processi di analoga valenza, mentre i comportamenti legati ad emozioni negative portano alla progressiva disattenzione verso questi stimoli.  Ciò ricorda con chiarezza che più che punizioni, castighi o misure che lasciano i piccoli soli di fronte alle loro angosce o paure, vale davvero la pena far sperimentare vissuti di comprensione ed incoraggiamento che, non solo lasciano la voglia ed il desiderio di essere ripetuti con frequenza, ma aiutano nella regolazione emotiva ed a strutturare i sistemi che orientano l’interazione sociale.

MC
 

PRATICA DELLA LETTURA IN FAMIGLIA E ATTIVAZIONE FUNZIONALE DEL CERVELLO NEI BAMBINI

Pratica della lettura in famiglia e attivazione funzionale del cervello nei bambini
Hutton JS et al. Listening to Stories. Home Reading Environment and Brain Activation in Preschool Children. Pediatrics, 2015, 136:3, 466-78. 

Commento

L'acquisizione della literacy, intesa come la capacità di utilizzare l’informazione scritta per espandere e condividere informazioni e conoscenze, è il risultato di una complessa interazione  tra fattori genetici, neurobiologici e ambientali, tra i quali solo questi ultimi sono modificabili direttamente. Per emergent literacy si intendono le abilità, le conoscenze e le attitudini che costituiscono i presupposti della capacità di leggere e scrivere che si sviluppano fin dalla nascita, quando i genitori sono spesso i primi e più importanti insegnanti dei bambini. Un ambiente familiare affettivamente e cognitivamente costruttivo, particolarmente prima dell’ingresso a scuola, costituisce una base essenziale per lo sviluppo della emergent literacy. La lettura condivisa espone il bambino (ma anche gli stessi adulti) a una più grande varietà di parole rispetto a quella che sarebbe altrimenti utilizzata, almeno nella gran parte delle famiglie e specialmente in quelle di livello culturale più basso, e non a caso è stata definita come l’attività più importante agli effetti dell’apprendimento della lettura, spiegando gran parte della variabilità delle competenze linguistiche dei bambini, indipendentemente dallo stato socio-economico. La lettura condivisa è raccomandata in tutto il mondo per promuovere lo sviluppo cognitivo e non solo, ed è infatti raccomandata da molte associazioni pediatriche. 

Sebbene i benefici della lettura condivisa in famiglia siano stati ampiamente dimostrati da studi e ricerche, i suoi effetti sul cervello del bambino non sono stati finora quantificati. Un gruppo multidisciplinare americano ha messo in evidenza una associazione tra la quantità e qualità della pratica della lettura in famiglia e l’attivazione di aree cerebrali che sovrintendono alla capacità mentale di immaginare e alla comprensione delle sequenze narrative (Hutton JS, Horowitz-Kraus T, Mendelsohn AL, DeWitt T, Holland SK and the C-MIND Authorship Consortium. Listening to Stories. Home Reading Environment and Brain Activation in Preschool Children. Pediatrics DOI: 10.1542/peds.2015-0359).

19 bambini tra i 3 e i 5 anni, parte di una ricerca longitudinale sullo sviluppo normale del cervello,  sono stati studiati mediante la tecnica della risonanza magnetica funzionale (che quantifica quanto le singole aree cerebrali siano attivate) mentre ascoltavano storie appropriate per la loro età alternate a semplici toni. L’intensità dell’attivazione è stata correlata alla loro esperienza di lettura condivisa negli anni precedenti. Questa è stata quantificata tramite uno score già precedentemente validate (StimQ-P Reading subscale score) che misura tempi e frequenza della lettura, accesso ai libri, e varietà del loro contenuto. Quest'ultimo score è risultato significativamente associato alla attivazione nell’area della corteccia cerebrale parieto-temporo-occipitale sinistra (le aree deputate al linguaggio sono in gran parte collocate nell’emisfero sinistro), un'area di snodo fondamentale per l’elaborazione del linguaggio semantico. I risultati sono confermati anche indipendentemente dallo stato socio-economico (un terzo dei bimbi era di stato socio-economico basso).

Lo studio è il primo a dimostrare un'associazione tra lettura condivisa in famiglia e attivazione di specifiche aree cerebrali che supportano la emergent literacy nei primi anni di vita e costituisce ulteriore conferma dell'utilità della lettura condivisa, in particolare nella modalità dialogica, dove i bambini sono incoraggiati ad applicare una vasta gamma di capacità linguistiche e di funzioni esecutive.

Vi è un aspetto dello studio (recentemente pubblicato e commentato, oltre che da noi, dalla grande stampa che è passato inosservato) che riguarda il numero di libri a disposizione dei 19 bambini tra 3 e 5 anni sui quali è stato effettuato lo studio, che, in questi bambini, andava da un minimo di 10 ad un massimo di 400 con una media di 162!  E tra questi 19 bambini ve ne erano ben 7 che lo studio classifica come appartenenti a famiglie “di basso reddito”!  Viene facile immaginare che, se invece della differenza, in termini di attivazione di specifiche aree della corteccia cerebrale, tra chi ha a disposizione “abbastanza” libri e chi ne ha proprio tanti (come è accaduto nello studio citato), si fosse studiata la differenza tra chi ne ha tre o quattro e chi ne ha trenta o quaranta, c’è da scommettere che le differenze di capacità di attivazione cerebrale sarebbero state ancora più grandi di quelle rilevate. E questo perché sappiamo che l’effetto benefico della lettura condivisa aumenta tanto più quanto è più basso è il livello socio-culturale e quindi l’abitudine alla lettura della famiglia. E pensare che, In Italia, nemmeno molte scuole dell’infanzia arrivano a 50-100 libri. Sappiamo quanto poche siano le famiglie che vanno oltre una dotazione minima di 5 -10 libri per bambini 0-6 anni.

Per chi è il messaggio

Lo studio producendo una evidenza neurobiologica di quanto ormai ampiamente dimostrato da studi osservazionali e di intervento sui benefici a medio e lungo termine della lettura, educatori, volontari ecc.) fornisce nuovi argomenti e spinta a chi (pediatri e altri operatori sanitari, bibliotecarè impegnato nella promozione della lettura in famiglia nei primi anni di vita.  Inoltre, evidenzia che gli effetti benefici della lettura richiedono non solo una buona frequenza (se non quotidiana, quasi) ma anche una buona e varia dotazione di libri, perché è anche con la varietà (delle storie, dei temi, delle illustrazioni) che si “accende” il cervello. Ci dice quindi che quindi c’è ancora molta strada da fare, non solo per promuovere la lettura, ma per rendere disponibili più libri, e più bei libri, ad ogni famiglia e per far venire ai genitori la voglia di procurarseli!

GT

NIDI, DISEGUAGLIANZE SOCIOECONOMICHE E PERFORMANCE SCOLASTICA

Nidi, diseguaglianze socioeconomiche e performance scolastica

Child care services, socioeconomic inequalities, and academic performance

Laurin Julie et al. Pediatrics, 2015; 136 n. 6



Si tratta di uno studio di corte prospettico population-based (1269 bambini) della durata di 12 anni, con l’obiettivo di verificare se la frequenza a centri di child care porta nel lungo termine a ridurre il gap tra bambini di basso livello socioeconomico e bambini con livello socioeconomico medio e, nel caso, verificare quali condizioni siano necessarie per raggiungere questi benefici a lungo termine.  Infatti, alcuni studi avevano suggerito che i nidi possono ridurre le diseguaglianze nella performance scolastica al momento dell’entrata a scuola, senza peraltro indicare fino a quale età questi benefici si estendano e quale tipo e intensità di nido siano necessari per ottenere questi benefici di lungo termine. I fattori presi in considerazione dallo studio sono stati l’ intensità di frequenza (n. di ore al giorno) la tipologia di frequenza (inizio precoce, inizio tardivo, nessuna frequenza) e il tipo di nido.
Sono stati utilizzati dati provenienti dal Quebec Longitudinal Study of Child Development (QLSCD). Il campione è stato selezionato utilizzando i registri di nascita dei nuovi nati(n. 2120) tra il 1997 e il 1998. Lo studio è stato avviato durante l’implementazione dei servizi per l’infanzia (child care) offerti alle famiglie a basso costo in tutte le province (5 dollari al giorno).
A ogni valutazione, alle madri sono state chieste informazioni sulla frequenza e la tipologia di child care frequentata dai bambini. Il numero delle ore settimanali variava da 0 a 60 ore. I bambini che rimanevano a casa e venivano accuditi dai genitori durante il periodo prescolastico sono stati esclusi dalle analisi.
La tipologia di frequenza è stata divisa tra:
1.    center-based CCS, fornita soprattutto da educatori qualificati (corrispondenti ai nostri nidi)
2.    “never exposed” to center-based CCS, ovvero bambini frequentanti altri tipi di servizi gestite da personale non qualificato in una casa residenziale o nella casa del bambino.
Il Quebec Institute of Statistics ha reso disponibili i punteggi delle prove in lettura, scrittura e matematica che i ragazzi devono sostenere all’età di 12 anni. I punteggi sono espressi in percentuale, con un range che va da 6 a 100.
Le caratteristiche dei bambini, dei genitori e della famiglia al momento della nascita e durante gli anni prescolastici sono stati considerate come potenziali confondenti. Le caratteristiche del bambino utilizzate per l’analisi sono state:  il sesso del bambino, l’ordine di nascita, il Cumulative Score for Neonatal Risk (CSNR) e il temperamento difficile (dati presi dall’Infant Characteristic Questionnaire). Il CSNR è relazionato con altri indicatori di salute alla nascita, incluso la durata della degenza ospedaliera. Per quanto riguarda l’ambiente familiare, sono stati valutati: a) l’ambiente familiare del bambino a 5 mesi; b)l’ambiente prescolastico dalla nascita a 5 anni di età.
Relativamente ad a) sono stati misurati l’età alla prima gravidanza e lo stato familiare, attribuendo il punteggio di 1 alle famiglie intatte e di 0 alle famiglie non intatte, per esempio, famiglie miste o quelle con genitori single. Per valutare lo stato familiare è stata utilizzata la Family Functioning Scale che ha valutato la comunicazione, la risoluzione dei problemi e manifestazione di affetto nella famiglia.  I punteggi più alti sono indicativi di difficoltà relazionali familiari. E’ stata valutata anche la sicurezza e i problemi sociali del vicinato.
Relativamente a b) sono state riassunte le informazioni di 108 variabili familiari, raccolte da entrambi i genitori, su sei gruppi di fattori: status socioeconomico (educazione dei genitori, reddito, prestigio occupazionale), genitorialità negativa o positiva, comportamenti anomali dei genitori (uso di droghe e alcol, comportamenti antisociali), stato mentale dei genitori (depressione, ansia) e relazioni dei bambini (vittimizzazione, bullismo). Lo status socio-economico è stato diviso al 25° percentile per formare 2 gruppi: 0= 75% SES medio; 1= 25% SES basso.
Le variabili significativamente associate con i risultati scolastici sono state selezionate come variabili di controllo nei modelli di regressione. Tra queste, la genitorialità positiva non è risultata associata significativamente al successo scolastico.
I risultati  hanno evidenziato che i bambini di basso stato socio-economico che hanno frequentato il nido per un numero elevato di ore avevano risultati moderatamente migliori dal punto di vista della lettura e della scrittura, e molto migliori in matematica, Per i bambini con basso livello socioeconomico, la frequenza al nido > 35 ore/settimanali è associata con migliori risultati scolastici in tutte le discipline (lettura, scrittura e matematica) ai 12 anni.
Inoltre, i bambini con basso status socioeconomico che hanno frequentato i nidi fin dall’età precoce (per es. a partire dai 5 mesi di vita) dimostravano risultati migliori in lettura, scrittura e matematica rispetto ai bambini di basso SES che non erano mai andati al nido, mentre, quelli che avevano cominciato a frequentare i nidi più tardi hanno dimostrato risultati positivi solo in lettura e matematica.
Nei bambini di basso SES che hanno frequentato il nido per il numero massimo di ore (>35 ore), i risultati scolastici sono stati da moderatamente (lettura, scrittura) a largamente (matematica) migliori rispetto ai bambini di basso stato socioeconomico che hanno frequentato per un numero medio o minimo di ore. Significativamente, nei bambini di basso SES che hanno frequentato il nido fin dall’età precoce, i benefici ottenuti sono stati tali da ottenere una performance uguale ai bambini di alto SES.
I risultati sembrano supportare l’idea che per i bambini che crescono in un ambiente con SES medio, i nidi non fanno una grande differenza sulla loro performance scolastica a lungo termine, mentre per i bambini con basso SES, i nidi promuovono una performance accademica più alta.
Gli autori concludono che  i nidi (di qualsiasi tipo), possono ridurre le diseguaglianze sociali nella performance scolastica almeno fino all’adolescenza, mentre la frequenza precoce può addirittura eliminare queste differenze. Studi precedenti avevano dimostrato che i nidi di qualità hanno effetti benefici a livello cognitivo nel lungo termine, a prescindere dallo stato socio-economico.  

Per chi è il messaggio

Lo studio è rivolto fondamentalmente ad amministratori e legislatori. Confermando anche dati Istat e Invalsi, per i quali la frequenza al nido migliora le successive performance nelle materie umanistiche e scientifiche una volta giunti alle elementari, indica la necessità di investire in  politiche sociali che favoriscano l’accesso ai servizi per la prima infanzia, in particolare per i bambini socialmente svantaggiati.

AA

SISTEMI INTEGRATI: NUOVE FRONTIERE PER L'INFANZIA E LA FAMIGLIA

Transatlantic forum on inclusive early years
Investing in the development of young children from migrant and low-income families. Quaderno TFIEY n. 5, 2015

L’integrazione dei servizi per l’infanzia è un tema su cui la letteratura ha focalizzato molto la sua attenzione negli ultimi decenni: i bisogni crescenti della popolazione hanno infatti accentuato la necessità dell’integrazione, utile per offrire maggiori opportunità ad ogni bambino. La Commissione Europea (2011), facendo riferimento ai servizi sociali ed educativi (cosiddetti ECEC- Early Childhood Education and Care), ha posto l’attenzione sull’importanza dell’integrazione dei servizi per consentire ai bambini di acquisire, fin dalle primissime età (fino ai 6 anni), abilità di tipo cognitivo e non cognitivo (quali perseveranza, motivazione, capacità di interagire con gli altri).

Anche per l’OCSE (2012) la collaborazione tra gli ambiti socio-educativo, sanitario, dei servizi extra-scolastici, ha ricadute positive sullo sviluppo dei bambini.


Nonostante l’interesse nei confronti del tema sia in aumento, ci troviamo oggi di fronte ad un campo caratterizzato sì da numerosi e frequenti auspici e dichiarazioni ma, anche e soprattutto, da scarsi investimenti e vuoti di operatività. È evidente quindi l’urgenza di una maggiore collaborazione tra i servizi, così come sottolineato da un recente documento prodotto dal TFIEY. Il Quaderno richiama l’attenzione sulla necessità della continuità e della coerenza dei messaggi di supporto alle famiglie attraverso un’integrazione su quattro livelli: istituzionale (tra responsabilità pubbliche), gestionale (tra responsabilità e risorse pubbliche e private), professionale (tra saperi e abilità) e comunitaria (tra soggetti e risorse del territorio).

Tramite l‘integrazione istituzionale si possono fornire servizi più coordinati e orientati all’obiettivo, grazie all’incontro tra responsabilità e risorse a disposizione (sociali, educative, sanitarie…); l’integrazione gestionale riguarda il funzionamento dei servizi e delle risposte e il superamento delle barriere d’accesso che sfavoriscono soprattutto i più deboli; l’integrazione professionale permette di condividere responsabilità e capacità tra professionisti di sistemi diversi; l’integrazione comunitaria si realizza tra i soggetti presenti sul territorio, inclusi i soggetti non istituzionali (volontariato organizzato, associazionismo di impegno sociale…).

Nella pratica, un approccio di tipo integrato si traduce in una coordinazione dei vari servizi attorno alle esigenze del beneficiario. Il nucleo di interesse non sono più le titolarità ma la persona (in senso tecnico, strategico ed etico) e l’incontro tra le responsabilità e le capacità. L’obiettivo ultimo è quello di rendere i servizi accessibili a tutti (sul piano fisico, finanziario, informativo) e di garantire un’ideale continuità e coordinazione tra questi, senza interruzioni determinate dal passaggio da un livello all’altro. Man mano che la rete cresce, l’attenzione nei confronti del beneficiario dovrà aumentare valorizzando e responsabilizzando ogni soggettività che diviene di fatto un soggetto attivo all’interno del sistema.

Questo si può realizzare solo se si cerca di non ripetere gli errori che in passato non hanno portato a risultati, ovvero non pretendendo di offrire lo stesso modello di servizio a tutti, a prescindere dai contesti e dalle esigenze dei singoli, bambini e famiglie.
Per riuscire a raggiungere l’obiettivo dell’integrazione dei servizi, un compito certo non facile, c’è bisogno di una forte governance multilivello, così come ha sottolineato l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Per chi è il messaggio

Soprattutto per gli amministratori e i decisori politici dai quali dipende il quadro normativo e l’attuazione di specifici accordi di programma che possono prevedere l’integrazione tra servizi diversi, o l’integrazione tra pubblico e privato al fine di consentire di raggiungere tutti.
Il messaggio dovrebbe riguardare anche i responsabili dei servizi e i singoli operatori che, anche in assenza di un quadro normativo che preveda l’integrazione, possono trovare delle modalità operative di collaborazione e coinvolgimento di “messa in rete”, come si usa dire.  Ci sarebbe da aggiungere che la cosiddetta co-location e cioè l’ubicazione di servizi diversi nello stesso posto favorisce l’integrazione e anche l’accessibilità per l’utenza, che spesso ha bisogno di servizi diversi contemporaneamente.


Tutti sanno che il programma Nati per Leggere ha come sua strategia di realizzazione proprio la collaborazione tra servizi diversi per uno scopo comune. Il CSB da tempo propone eventi formativi multidisciplinari in cui il principio dell’integrazione è affermato a partire dall’acquisizione di un linguaggio comune  tra operatori appartenenti a discipline e servizi diversi.
 

AA
 

Segnalazioni e notizie

APPUNTAMENTI

TABIANO XXV: Allarghiamo lo sguardo. Terme di Salsomaggiore e di Tabiano 19-20 febbraio 2016

Nati per la Musica compie 10 anni!
10 anni di NpM: bilanci, progetti, prospettive
sabato 18 giugno 2016
Biblioteca Comunale Luigi Fumi
Piazza Ippolito Scalza 1, Orvieto

PREMIO NATI PER LEGGERE
Ricordiamo che il bando del Premio nazionale Nati per Leggere 2016 è consultabile e scaricabile qui.
Il Premio nazionale Nati per Leggere intende porre l'attenzione sulla produzione editoriale e sulla qualità dei libri per bambini, in particolare, da 0 a 3 anni, e premiare le espressioni più vive e significative del programma, valorizzando il lavoro di coinvolgimento di professionalità e servizi diversi, nella consapevolezza che il benessere dei bambini dipende dal benessere generale delle comunità in cui vivono.
Il premio, al quale si può partecipare come individui o come associazioni ed enti pubblici e privati, intende premiare e sostenere in questo modo tutti gli operatori che sono coinvolti in Nati per Leggere ai vari livelli: editori, autori, pediatri, bibliotecari, educatori in base alle cinque sezioni definite nel bando.
Si auspica che questo premio possa inoltre diffondere una cultura e una conoscenza della prima infanzia e della efficacia degli interventi, soprattutto nei primi tre anni di vita che sono fondamentali per lo sviluppo del bambino e i cui benefici si protraggono fino all'età adulta.

Festival Fin da Piccoli
Trieste, 9 - 10 settembre 2016

Il Centro per la Salute del Bambino in collaborazione con il Comune di Trieste (Area Educazione, Università e Ricerca), la SISSA, l’Università di Trieste e il Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia organizza per il 9 -10 settembre 2016 la seconda edizione del Festival Fin da Piccoli. Il tema scelto è l'apprendimento della matematica e delle scienze fin dai primi anni di vita, con focus specifici su stato dell'arte, studi, esperienze, ricerche e approfondimenti, materiali disponibili. Non mancheranno laboratori e iniziative per le famiglie.

Vi aspettiamo!

DOCUMENTI 

Scommettiamo sui giovani - Sintesi di fine progetto. Scommettiamo sui giovani è un progetto della Provincia autonoma di Trento (Dip. Salute e Solidarietà sociale) realizzato e coordinato dall’Università degli studi di Trento (ODFLab, DiPSco) e dall’Azienda provinciale per i servizi sanitari (Dip. Salute mentale) che si è proposto di valutare un protocollo di intervento domiciliare di supporto alla genitorialità per la promozione della salute mentale della coppia madre-bambino nelle famiglie in condizioni di rischio psicosociale.

logo nati per leggere
NATI PER LEGGERE
Il progetto nazionale di promozione della lettura a alta voce ai bambini promosso dall'alleanza tra i bibliotecari ed i pediatri
logo nati per la musica
NATI PER LA MUSICA
Propone le esperienze musicali in maniera non occasionale fin dai primi mesi di vita
logo
FIN DA PICCOLI
Diffonde le conoscenze sull'importanza e l'efficacia di interventi finalizzati alla salute ed allo sviluppo dei bambini
logo centro per la salute del bambino
WWW.CSBONLUS.ORG
INFO@CSBONLUS.ORG
facebook     twitter     mail
SEI ATTUALMENTE ISCRITTO ALLA NEWSLETTER DEL CENTRO PER LA SALUTE DEL BAMBINO
CLICCA QUI PER CANCELLARE LA TUA ISCRIZIONE
COPYRIGHT © 2013 CSB ONLUS.